
Al monumento suonano, mi piglia Miki da sotto il braccio e mi tira sull’SH sbilenco tenuto insieme dalla colla degli adesivi. Chi suona non le interessa dirmelo, non mi interessa saperlo, ho la bocca impastata di rum e pera e sento i timpani gonfi, premono su tutte le cartilagini dell’orecchio, mi si stanno infettando i dilatatori, lo so, me lo sento. Un pezzetto di via San Giovanni contromano, poi contromano tutta via Sant’Antida, Miki sterza in un portone per lasciare il passo a un SUV che tiene ragione lui, Miki non ci fa pace coi nuovi sensi di marcia, che poi sinceramente non mi ricordo siano mai stati diversi da così ma lei dice che sono cambiati e chi è che guida? Lei, mica io.
Tutto un giro pericoloso e idiota per evitarsi l’angolo di via San Carlo dove Loris e Catalin e Peppe, ma soprattutto Catalin, sicuro stanno buttati al solito tavolino con le solite Peroni e le solite rotture di coglioni: e dove andate e che fate e chi ci sta e veniamo anche noi. Non vi vogliamo, né stasera e né mai, ma è troppo brutto da dire e quindi: ci facciamo tutto il centro contromano, tanto ‘sta città è morta, derelitta che se mai ci sta una macchina in strada la senti arrivare quando ancora sta a Falciano, non rischiamo niente.
Miki parcheggia di sbieco sotto a un pino, smonto di sella con la grazia di troppi shottini, lei mi guarda. “La mettiamo la catena?”
Una domanda esistenziale, faceva prima a chiedermi se ci possiamo fidare del prossimo, se l’essere umano è intrinsecamente malvagio, se l’attaccamento ai beni materiali ci farà finire all’inferno o se non importa perché dopo la morte non c’è niente, niente ad attenderci, niente a confortarci, niente a giudicarci, niente di niente.
“Non lo so, Michè. Te ne tiene?”
Ovvio che no. Ma è mercoledì notte, stiamo in un angolo buio sotto a un albero moscio a quattro corsie da un palazzo con le impalcature in facciata di modo che pure se qualcuno sente qualcosa di strano e prova ad affacciarsi alla finestra vede solo le mantovane e l’SH sarebbe perduto, non mettere la catena mi pare troppo imprudente. Con l’alcol che generoso ci scorre nel corpo ci applichiamo insieme e la catena è messa, mi pare, ma sì: se la tiro non si stacca. Miki mi dà il cinque.
Come ogni notte il monumento è illuminato di verde-bianco-rosso, quaranta metri di suprema erezione patriottica da Caserta ai suoi eroi, ma c’è qualcosa di strano nella luce stasera, non capisco, forse sono i miei occhi annebbiati o l’infezione alle orecchie che si spande a tutta la corteccia cerebrale e mi sta mangiando il cervello, ma chi me l’ha detto di mettere i dilatatori? Mò, se crepo, la cosa peggiore è che mamma avrà avuto ragione.
No, nessuno scioglimento delle meningi, ho ragione che la luce è strana. Qualcuno ha disegnato un enorme cazzo peloso sul riflettore che spara la luce verde, ammirevole prova d’autore, linee decise e ben spesse di pennarello indelebile, nella loro semplicità sono espressive, gioiose. Sicuro questo è un writer e sicuro sperava che il cazzone sarebbe stato proiettato sul monumento, invece l’inchiostro non è abbastanza coprente e si limita a offuscare un pochino il verde del tricolore. Speriamo ci riproverà.
Da dentro il casottino del parcheggio proviene un tu-tump ovattato, Miki si spiccia e le arranco dietro, alla fine lo chiedo: “Ma chi suona?”
Miki ride e non mi sa dire.
La porta tagliafuoco è tenuta aperta dal solito ciocco di legno, non ci posso pensare che tutta la nostra giovinezza si appoggia sull’esistenza di questo avanzo di pallet: non ci stesse lui non sapremmo come entrare, di sotto i telefoni prendono di merda e comunque dopo le undici non c’è un’anima con la lucidità necessaria a rispondere a una chiamata, capire, salire le scale, accoglierci. Già dentro il casottino le vibrazioni mi fanno tremare i molari, Miki scende i gradini a due a due, comincio a distinguere tra la base e la voce che sbiascica rime, Gesù, no, i rapper stasera no.
I rapper stasera sì, invece. Belli sono belli, che cazzo gli devo dire, e bravi non lo so giudicare ma credo di sì, vanno a tempo, fanno giochi di parole, si tirano pacche sulle spalle a vicenda per ogni frase particolarmente arguta, ma non è ballabile ‘sta roba che fanno, sarebbe da mettersi ad ascoltare bene e capire cosa dicono e sono troppo ubriaca, Miki, andiamo da un’altra parte?
Manco mi sente, gli occhi a cuoricino puntati addosso a questi teppisti senza causa, che palle Miki, che palle. Un tizio allampanato se ne sta in disparte, dondola appena appena, ha le palpebre a mezz’asta e il marsupio di traverso sul bomber nero riflettente. Gli sorrido. Usa lo stesso dopobarba di Catalin. Ho cinquanta euro e mi propone la bamba ma non mi va, MD molto meglio amico mio grazie, nella bustina ci stanno tre pasticche a forma di fragolina e lui m’allunga pure dieci euro di resto.
“Sicuro? So’ tre.”
Mi strizza l’occhio. Vabbuò, grazie, apprezzo molto che uno sconosciuto abbia voglia di perdere dei soldi per svoltarmi la serata. Meglio se mi dileguo prima che gli venga in mente di mettermi una mano sul culo o un’altra bestialità del genere. Mi calo la fragolina e penso che magari è un bidone, che cazzo di senso avrebbe altrimenti, in fondo non ci credo alla bontà degli estranei.
Sgomito per raggiungere Miki che intanto è migrata in prima fila per godersi meglio la jam, tenera lei che muove la testa avanti e indietro come un piccione, e insieme a lei tutti gli altri spettatori che perlopiù sono anche loro rapper pronti a sputare qualche barra per poi ritrarsi nell’anonimato del cerchio. Ma tiene banco uno troppo forte, sono ancora abbastanza in me da capirlo, un tipello con le spalle da cassapanca e le mani spaccate dal freddo, due occhi blu che spero non me li punti mai addosso perché potrei morire, è incazzato come una iena, come uno a cui hanno solo sbattuto porte sui denti, hai presente quei cani col muso piatto, ecco, un po’ ci piglia, glielo farei un grattino dietro le orecchie pelose, ah, merda, no, è salita, sta salendo la fragolina, Miki mi devi fermare, quanto ti voglio bene amica mia, Miki amica amiki, bella, tutta arancione sei, e la musica adesso si può ballare, ecco, le onde rimbalzano sul soffitto basso del parcheggio e tornano sotto diverse, da quadre a tonde, morbide, mi muovono i piedi, le mani, mi bisbigliano barzellette, rido, non dò fastidio, no?
Dà fastidio la sirena, come una coltellata corre attraverso l’aria e straccia la piccola pace del minuscolo concerto: una volante all’imbocco della rampa, azzurra chiara e bianca, sfarfalla il lampeggiante, una secchiata di blu e la musica scappa, o meglio, ciascuna delle casse bluetooth che stavano sparse in mezzo al cerchio di rapper è stata agguantata dal suo proprietario che ora se ne scappa. Scappiamo anche noi, io e Miki, ridendo. Tutti insieme corriamo su per le scale, potrebbe essere l’inizio di una tragedia dove finiamo a calpestarci a vicenda e invece mi sembra che ci muoviamo come un corpo unico, quaranta persone in uno spazio minuscolo, guidati da una base trap che rimbomba fortissimo nelle scale di cemento. Schiamazzi e risate, Miki mi sfugge, è due gradini più avanti, non ho paura per niente, l’uscita è una, ci ritroveremo.
Inciampo e c’è un corpo dietro che mi tiene dritta e uno davanti a cui appoggiarmi e un altro tra me e il corrimano che mi acchiappa per il gomito e mi accompagna, a quest’ultimo gli sorrido, mi rispondono due occhi blu curiosi e stupendi, l’ho detto che se mi guardava morivo.
