Sta tornando verso la stazione, con la reflex che pare un linfonodo ingrossato sotto al braccio, ma la strada verso la stazione è piantonata. Due camionette e venti divise antisommossa. È buio ed è difficile capire se dentro ai caschi ci sia qualcuno. Tancredi ha ancora la gola incollata dai fumogeni, i timpani a fuoco, e pensa che sono venti minuti che cammina. Pensa che se anche a venti minuti dal casino c’è ancora la polizia, allora forse tutta Roma è caduta, forse tutta Roma è una piazza in cui si dà fuoco alle camionette.
La reflex gli salta tra le dita, lo specchio si ribalta, Tancredi spara a raffica mentre viene avanti, a caccia di un’angolatura che sposi le verticali degli scudi alle teste ricce dei platani. Con la coda dell’occhio si accorge che una divisa gli viene incontro. Alza il mento, arrogante. Le divise diventano due, un cane pazzo lo riconoscono a vista. Se non bastasse la strafottenza, parlerebbe la pelle che puzza di copertone bruciato, gli occhi rossi di lacrimogeno e la kefiah sdrucita. Tancredi viene dalla manifestazione, questo è chiaro. Gli chiedono dove va e lui rivendica il proprio diritto a tornare al cesso di casa propria. Nessuno glielo sta negando, dicono, e in quell’abbaio un po’ brusco sente un avvertimento che, vista la sproporzione d’armi e autorità tra lui e loro, fa presto a sfrangiarsi in una minaccia.
Chiedono: è un giornalista, e se è un giornalista per chi lavora? Ha fotografato anche loro? Lo sa che c’è lo stato d’emergenza? Vogliono vedere la reflex e Tancredi, che non ha mai amato né le mezze misure né dover dire sissignore e sissignora, sposta l’ingombro della macchina fotografica sulla schiena. Non è un gesto di disobbedienza civile né niente di così nobile. Non sta pensando a salvare le foto che ha fatto, monumenti alle botte che ha visto e alla cenere che ha respirato e ai fasci che ha pizzicato a volto scoperto prima che si mescolassero al corteo incappucciati come deficienti. Maria l’avrebbe detto e l’ha già detto e ancora lo dirà meglio di tutti: Tancredi è solo una testa di cazzo, e gli piace dire di no agli ordini, avrebbe fatto lo stesso in qualunque altro giorno della sua vita.
Lo zaino a terra. La fiancata del blindato rintocca quando le mani ci sbattono sopra. Tancredi ride e allarga le gambe prima ancora che il manganello arrivi a sollecitarlo, perché è la terza perquisizione oggi e se arriva a cinque glielo regalano un calendario dei Carabinieri? Le divise non apprezzano lo spirito. La cinghia della reflex cede al morso di un coltello, le due divise fanno un passo indietro, sbirciano la galleria e sotto i caschi le sopracciglia puntano in giù, la bocca si assottiglia in una linea nervosa. Gli chiedono, ancora, se è un giornalista e, se è un giornalista, per chi lavora. Tancredi comincia a ridere e smette solo quando uno sportellino della reflex scatta aperto e la divisa sfila la scheda di memoria e se la mette in tasca.
Le generalità non le vuole dare. I documenti non ce li ha. Vuole solo andare a prendere il treno, tornare a casa, chiudere la porta del bagno, pisciare e poi sedersi mezz’ora sulla sua tazza. Chiamare Maria, chiederle scusa per due minuti e poi ascoltarla sfogarsi per altri venti, tutto questo solo per sentirsi dire va bene, vieni a casa, vediamoci, se vuoi, e poter rispondere arrivo, certo che arrivo. Invece, una mano seppellita in un guanto di pelle lo acchiappa dietro il collo e lo indirizza verso il blindato. Tancredi scivola culo a terra, il gomito sguscia sui sanpietrini e la testa incontra il marciapiede.